In uno dei testi classici dello yoga – Yogasutra di Patanjali – nel V secolo d.C., si parla di come percorrere il cammino di questa meravigliosa disciplina; essi sono la principale base teorica e spirituale di una lunghissima tradizione di pratiche filosofiche e visioni del mondo che si sintetizzano nella parola yoga .
Il testo contiene duecento aforismi e tratta di ascesi, meditazione e del percorso da seguire per ottenere un’autentica conoscenza e padronanza dell’esperienza di sé.

Vediamo quali sono, in sintesi, questi otto “passi”, da compiere in simultanea nella pratica virtuosa yogica:
- Yama (linee guida che rendono felici le relazioni)
- Niyama (linee guida personali)
- Asana (posizioni)
- Pranayama (respirazione)
- Pratyahara (ritrazione dei sensi)
- Dharana (concentrazione)
- Dhyana (meditazione)
- Samadhi (estasi)

Yama e niyama ci forniscono suggerimenti per lo stile di vita e per il comportamento; i cinque yama rappresentano la qualità della relazione che intratteniamo con gli altri; i niyama la relazione che intratteniamo con noi stessi.
Un fondamentale insegnante di yoga, André Van Lysebeth (allievo di Shivananda) afferma:
“[Per praticare yama e niyama] La cosa più semplice è seguire la propria morale, in funzione della filosofia e delle credenze che ci fanno da guida. Non abbiamo dovuto attendere Patanjali per dotarci di una morale e la morale ordinaria è sufficiente per metterci in linea con Yama e Niyama. È il grado minimo per poterci introdurre nello yoga e trarne buoni frutti: una moralità trascendente è però necessaria per raggiungere livelli superiori”.
Ecco allora l’invito degli Yama…. (linee guida per rendere felici le relazioni)
- Nonviolenza (ahimsa),
- Sincerità (satya),
- Onestà (asteya),
- Continenza sessuale (brahmacharya),
- Non avidità nel possedere (aparigraha).
..mentre i cinque niyama sono virtù e comportamenti positivi legati allo stile di vita del singolo individuo, da coltivare per migliorare sé stessi:
- Purificazione (saucha) di corpo e mente
- Accontentarsi (santosha)
- Austerità (tapas)
- Studio e conoscenza di sé (svadhyaya)
- Abbandono alla volontà divina (ishvarapranidhana)

Le asana sono le posizioni assunte durante la pratica yogica.
Segnaliamo una differenza tra le asana yoga classiche e le asana yoga moderne: le posture classiche lavorano sugli organi interni e mirano a mantenere il corpo sano stimolando e bilanciando le funzioni degli organi e delle ghiandole; le moderne asana yoga si concentrano sui muscoli e la flessibilità.
Il Pranayama è l’insieme di particolari tecniche di respirazione con differenti funzioni e scopi, rigorosamente su misura per la persona che pratica.
Il prana è quell’ energia che ci offre la vita, ma anche il senso di essere vivi.
Il prana è tutta l’energia intorno a noi e dentro di noi, quell’elettricità cosmica che illumina la vita.
Le tecniche di Pranayama portano il Prana – o energia vitale – dove necessaria nel corpo: si tratta di pulire il corpo per pulire la mente. Controllare la respirazione aiuta il ringiovanimento del corpo grazie ad un aumento della capacità polmonare e di conseguenza ad una migliore ossigenazione del sangue.
Pratyahara celebra la sacralità del corpo, ottimizza la gestione delle energie creative e creatrici dell’esistenza che s’intende sperimentare e favorisce il distacco da cose e persone, rimuovendo le distrazioni ed incrementando la forza interiore e la calma.
Dharana, o concentrazione profonda (su un singolo oggetto o pensiero), viene in soccorso della pratica precedente per stabilizzare i progressi ottenuti.
Lo scopo di questa concentrazione non è l’oggetto su cui ci stiamo focalizzando, ma la sua essenza:
pensare ad un singolo soggetto, onde evitare tutte le possibili interferenze esterne e, nonostante ciò, rimanere estraniati dal soggetto stesso.
Ed eccoci così giunti a Dhyana (meditazione): a questo stadio si varca l’ingresso della non forma, si abbandonano definitivamente le limitazioni dei pensieri, dei sentimenti, delle emozioni e degli oggetti.
Si lascia dietro di sé l’involucro fittizio dell’individualità per approdare all’universale inesprimibile.
Se il passo precedente presumeva uno sforzo ed una partecipazione attiva per mantenere lo stato, per fluire in Dhyana è necessario che ogni sforzo ed ogni attività svanisca, che l’agente stesso non sia più.
Dhyana è il nettare dello Yoga e per assumerlo è necessario mantenere l’immobilità sia fisica che mentale in una posizione seduta, con la colona vertebrale allungata, rimanendo su quella linea sottile tra lo sforzo della concentrazione e l’arrendevolezza alla grazia divina; una concentrazione che è forse più corretto chiamare attenzione o vigilanza.
Per la loro stessa natura è impossibile descrivere con contorni netti la meditazione, ma solo così approdiamo al Samadhi, che è l’espandersi nell’universo, immergendosi totalmente in esso; è un volo nel vuoto, nel nulla totale che tutto può contenere.
Questo stato di super coscienza è descritto all’interno di tradizioni diverse ma mantiene, in tutte, la sua unicità. Nello Yoga, Patanjali come Yogananda, hanno descritto diversi Samadhi, dai più superficiali fino a quelli più profondi, per culminare nel Mahasamadhi (lasciare volontariamente il corpo)

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